Chi è il Capitano Ultimo

CAPITANO "ULTIMO"
www.capitanoultimo.it

BIOGRAFIA TRATTA DAL SITO CINQUANTAMILA.IT
(Sergio De Caprio) Montevarchi (Arezzo) 21 febbraio 1961. Carabiniere. Uno degli uomini che nel 1993 arrestarono Totò Riina (vicenda che gli causò anche problemi giudiziari per i ritardi nella perquisizione del covo, accusato per favoreggiamento e infine assolto). Noto al grande pubblico per una fiction tv in cui veniva interpretato da Raoul Bova. Da ultimo, tenente colonnello del Nucleo operativo ecologico, ha collaborato col pm Henry Woodcock nell’indagine sull’ex ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio.
• «Fino al 25 maggio del 2000 è stato un uomo senza volto, senza identità. Se doveva testimoniare in un’aula di giustizia si copriva con un cappuccio, se doveva prendere un aereo gli sceglievano nome e cognome di fantasia. Per tutti era Ultimo, il nemico dei mafiosi. L’Arma lo aveva sempre protetto, pur sopportando con qualche difficoltà il suo carattere irruente, i suoi modi certamente estranei alla disciplina di una forza armata. Quel giorno Ultimo capì che la fine era arrivata. Un comunicato di venti righe dettato alle agenzie di stampa dal Comando generale dei carabinieri respingeva le sue accuse di essere stato “lasciato solo e senza mezzi” per combattere le cosche. In quella nota, per ben tre volte, veniva nominato il maggiore Sergio De Caprio. “L’Arma rompe il silenzio”, titolarono i giornali. Il leggendario capitano Ultimo ormai era uno dei tanti. La sua battaglia per continuare a combattere la mafia come aveva sempre fatto, era stata interrotta. L’uomo, che dopo aver catturato Totò Riina sognava di poter prendere anche Bernardo Provenzano, fu costretto ad arrendersi. Gli investigatori che assieme a lui avevano passato giorni e notti a dare la caccia al capo della mafia, erano stati quasi tutti destinati a nuovi incarichi. Via Arciere, via Ombra, via tutti, uno dopo l’altro» (Fiorenza Sarzanini).
• «Tienanmen, Toro Seduto, il Che. E un carabiniere “che se lo vedi non sembra neanche un carabiniere, giubbino di pelle, pantaloni sdruciti, i guanti senza le dita e le sciarpone”, Pino Corrias si blocca, fruga nella memoria a caccia di un’immagine: “Un ragazzo della contestazione. Ecco a chi assomigliava, Ultimo. Un grande capo carismatico, con una squadra di una decina di ragazzi, Vichingo, Arciere, erano ragazzi sul serio, e lo adoravano”. L’anno è il 1999, “stavo scrivendo la sceneggiatura per la fiction, e volevo sapere come lavorava, chi era questo tizio che da vent’anni vive in clandestinità, con 7-8 condanne a morte che lo seguono e non vanno in prescrizione”. E il primo incontro tra il giornalista scrittore e il segugio antimafia: “Entro e vedo questa scrivania con il ripiano di vetro e, sotto, un bandierone con la faccia del Che. Alzo lo sguardo, c’è Toro Seduto, e piazza Tienanmen, l’omino con il sacchetto della spesa che ferma i tank”. Tre personaggi, tre storie, “quello in cui crede sta lì, ognuno è libero se ha il coraggio di esserlo”» (Gabriela Jacomella).
• Nel maggio 2007 in una lettera scritta dal suo avvocato al Corriere della Sera si sentì in dovere «di ribellarsi alla dittatura di una certa antimafia di salotto e di potere»: si riferiva a una dichiarazione di Claudio Fava che adombrava l’esistenza di trattative e patti tra Stato e mafiosi alla base della cattura di Riina.
• Insegnante di Tecniche investigative, ha pubblicato un manuale destinato alla Scuola di perfezionamento della Polizia, La lotta anticrimine, intelligence e azione (Laurus Robuffo): una copia della prima versione, che circolava in poche librerie, venne trovata nel comodino di Bernardo Provenzano.
• Nel 2012 guidò la squadra che indagò sui soldi spesi dalla Lega per la famiglia Bossi e sull’attività del tesoriere Francesco Belsito. Nello stesso anno a capo della perquisizione dell’appartamento e dell’ufficio di Gotti Tedeschi, ex-presidente dello Ior. Nel 2013 arrestò Giuseppe Orsi, presidente e amministratore delegato di Finmeccanica.
• «L’antimafia è diventata spettacolo, un gran bel business per alcuni. (…) Io svolgo un’azione che mi è stata insegnata da grandissimi maestri. Ricordo ancora il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che rimane un esempio di vita e di tecnica, il generale Mori, il giudice Falcone; ma ho imparato molto anche da magistrati come Ilda Boccassini e tanti altri (…) Credo che se fossi stato in America sarei finito in una riserva indiana accanto ai miei fratelli apache. E comunque preferisco l’Italia all’America» (a Giorgio Mulé) [Pan 24/10/2013].
• «Non indossa la cravatta, solo una sciarpa indiana e porta il codino. Quando nel luglio 2008 gli viene revocata la scorta, lui si è comprato un motorino» (Enrico Fedocci) [Pan 19/11/2009].
• Prese 9, 7 e 8 voti rispettivamente al secondo, terzo e quarto scrutinio per l’elezione del Presidente della Repubblica nell’aprile 2013 (candidato dai Fratelli d’Italia).

BIOGRAFIA DA WIKIPEDIA:

Sergio De Caprio

Biografia

Ex allievo della Scuola militare "Nunziatella" di Napoli, vince il concorso per la Accademia militare di Modena dove compie gli studi e la formazione, diventando tenente dei carabinieri e prestando servizio alla Compagnia di Bagheria, dove nel 1985 arresta il latitante Antonino Gargano e Vincenzo Puccio il killer del Capitano dei Carabinieri Emanuele Basile.

L'inchiesta Duomo connection

Trasferito a Milano, col grado di capitano, tra il 1989 e il 1990  sviluppa le indagini  dell'inchiesta Duomo connection" coordinata dal Pubblico ministero Ilda Boccassini sulla penetrazione mafiosa a Milano. Le indagini, portarono all'arresto di un folto gruppo di pregiudicati siciliani e del loro presunto boss, il geometra Antonino Carollo detto "Toni", figlio incensurato di Gaetano Carollo, esponente della famiglia mafiosa di Resuttana ucciso nel 1987 a Liscate.

Insieme a numerosi episodi di traffico di stupefacenti, le indagini accertarono una intensa attività edilizia del gruppo siciliano, realizzata - secondo l'accusa - con la collaborazione degli imprenditori Sergio Coraglia e Gaetano Nobile. Per agevolare le concessioni edilizie da parte del Comune di Milano i clan siciliani avevano allacciato contatti con importanti esponenti dell'amministrazione. Vennero indagati per corruzione l'assessore all'urbanistica Attilio Schemmari, il sindaco Paolo Pillitteri e tre alti funzionari (poi assolti).

Tra il 1991 e il 1992 alla guida della sezione "CrimOr" dei carabinieri di Milano sgomina una raffineria di droga del clan Fidanzati in nord Italia.

Entrato in quel periodo nel neonato Raggruppamento operativo speciale, è capo della I Sezione del I Reparto del ROS, crea una squadra, denominata CRIMOR - Unità Militare Combattente che dal settembre 1992 opera a Palermo, scegliendo, per formarla, un gruppo di carabinieri al momento poco considerati nell'Arma e relegati a incarichi di non elevato profilo.

L'arresto di Riina

È stato l'ufficiale che, quando era a capo del Crimor, mise materialmente le manette il 15 gennaio 1993 a Salvatore Riina. Il racconto dell'arresto del boss mafioso è stato varie volte messo in discussione, sia durante il processo celebrato a Palermo nel 2006 in relazione ai fatti che portarono alla ritardata perquisizione del "covo" di Riina, sia più recentemente dalle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino (condannato per mafia), secondo il quale in realtà Riina sarebbe stato consegnato ai Carabinieri da Bernardo Provenzano. Massimo Ciancimino, a oggi, è un "dichiarante" giudicato attendibile solo a fasi alterne nel corso di altri procedimenti. Peraltro, a ben vedere, l'unica ricostruzione ufficiale oggi disponibile delle vicende che hanno portato all'arresto di Salvatore Riina, è quella prodotta dalla sentenza n. 514/2006 con cui il tribunale di Palermo ha assolto il capitano De Caprio e il colonnello Mori dalle accuse loro rivolte a seguito della ritardata perquisizione dell'abitazione di Riina. Con la sentenza del 20 febbraio i giudici del tribunale di Palermo, oltre ad assolvere gli imputati «perché il fatto non costituisce reato»[6], hanno voluto sottolineare e ribadire che «il latitante (Riina, ndr) non fu consegnato dai suoi sodali, ma localizzato in base a una serie di elementi tra loro coerenti e concatenati che vennero sviluppati, in primo luogo, grazie all'intuito investigativo del cap. De Caprio».

De Caprio, dopo la cattura di Riina, dal 1993 al 1997, si è dedicato alla ricerca di altri pericolosi latitanti, fino allo scioglimento del CRIMOR. Resta nel ROS, da cui chiede il trasferimento nel 2000.

Nel NOE

Da comandante della sezione del ROS di Palermo col grado di maggiore, nel maggio del 2000 chiese il trasferimento ad altro incarico, in disaccordo con il vertice del ROS - al tempo comandato dal generaleSabato Palazzo - relativamente all'impiego di personale provvisorio in attività d'indagine.

A seguito della richiesta avanzata, venne assegnato al NOE, Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri, poi CCTA (Comando Carabinieri per la Tutela dell'Ambiente), come vice comandante. A Roma, grazie all'aiuto e all'appoggio dell'attore Raoul Bova (suo interprete nella miniserie Ultimo) e della Nazionale Cantanti, ha aperto una casa famiglia per il recupero e il reinserimento di minori disagiati o figli di famiglie segnate dal crimine.

Ha destato scalpore la decisione di togliere al "Capitano Ultimo", nell'ottobre 2009, la scorta[7], riassegnatagli solo nel gennaio 2010

Il 4 ottobre 2012, su ordine del procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, i carabinieri del NOE coordinati da De Caprio e dal capitano Pietro Rajola Pescarini, hanno perquisito l'abitazione di Massimo Ciancimino a Palermo e di altri imprenditori e prestanome alla ricerca di carte, file e documenti sulla Ecorec utili alle indagini avviate dai pm Delia Cardia e Antonietta Picardi in riguardo al riciclaggio di denaro nella più grande discarica di rifiuti in Europa a Glina (Romania) del valore di circa 115 milioni di euro. Secondo gli investigatori, il denaro è riconducibile proprio a Ciancimino e farebbe parte del tesoro accumulato dal padre Vito quando era sindaco di Palermo.
In merito, Ciancimino ha dichiarato: "Sono perplesso sul fatto che a coordinare l'indagine sia il colonnello 'Ultimo' che più volte si è espresso sulla mia persona definendomi delinquente e mafioso".

Successivamente è stato a capo delle indagini che hanno portato all'arresto del presidente di Finmeccanica Giuseppe Orsi, avvenuto il 12 febbraio 2013. Secondo le ipotesi di reato formulate dalla Procura di Busto Arsizio, Orsi si sarebbe reso responsabile di corruzione internazionale, concussione e peculato per le presunte tangenti che sarebbero state pagate per la vendita di 12 elicotteri al governo indiano.[12][13].

Candidato di bandiera del partito Fratelli d'Italia - Centrodestra Nazionale, durante il secondo, il terzo e il sesto scrutinio per l'elezione del Presidente della Repubblica Italiana del 2013, De Caprio ha riportato 9, 7 e 8 voti rispettivamente.

Sempre su indagini relative alle discariche, a gennaio 2014 il suo reparto produce 7 arresti, tra cui il proprietario della discarica romana di Malagrotta e l'ex presidente della Regione Lazio Bruno Landi[14].

Il 4 agosto 2015, con notizia resa nota il 21 agosto, il generale Tullio Del Settecomandante generale dell'Arma dei Carabinieri, lo esime dagli incarichi operativi e di polizia giudiziaria, pur lasciandogli l'incarico di vicecomandante del NOE[15]. L'ultimo caso seguito è stato quello della Cpl-Concordia.

Nei servizi

Nel 2016 passa all'Aise, il servizio segreto per l'estero, a dirigere l'ufficio affari interni.

Il 20 luglio 2017 viene restituito dai servizi all'Arma perché, dopo il caso Consip, "è venuto meno il rapporto di fiducia".[17] Poche settimane dopo il CSM invia alla procura di Roma le dichiarazioni rese dal procuratore della Repubblica di Modena, Lucia Musti, sull'uso spregiudicato delle intercettazioni nella precedente indagine Cpl-Concordia da parte di De Caprio e del suo sottoposto, il capitano Gianpaolo Scafarto, indagato poi insieme al PM Woodcock per falso nel caso Consip. De Caprio dichiara però che il rientro nell'Arma lo ha deciso in maniera autonoma per evitare strumentalizzazioni.

Progetti per uccidere il capitano "Ultimo"

A causa delle sue indagini antimafia è stato nel mirino di "Cosa Nostra". Ecco come alcuni collaboratori di giustizia raccontano i progetti di uccisione:Il pentito Gioacchino La Barbera riferiva in udienza pubblica che Il killer Leoluca Bagarella aveva offerto ad un carabiniere che forniva notizie a cosa nostra, un miliardo di lire per avere informazioni su dove alloggiava il capitano "ultimo".

Il pentito Salvatore Cangemi il 22 luglio 1993 riferiva di avere partecipato ad una riunione con Bernardo Provenzano, Ganci Raffaele e Michelangelo La Barbera nel corso della quale Provenzano gli comunicava l’esistenza di un progetto per catturare vivo il capitano ultimo oppure di ucciderlo. Anche il pentito Giuseppe Guglielmini il 9 maggio 1997 riferì di avere appreso dal killer Giovannello Greco, cheBernardo Provenzano aveva l’ intenzione ossessiva, aveva un chodo fisso di uccidere il capitano ultimo.[senza fonte] Nel 2014 al colonnello De Caprio è stata revocata la scorta.

Vicende giudiziarie

Assoluzione di favoreggiamento a Cosa nostra

Rinviato a giudizio su richiesta del sostituto procuratore di Palermo Antonio Ingroia, De Caprio fu poi prosciolto dall'accusa di favoreggiamento nei confronti di Cosa Nostra. L'indagine era stata avviata dalla procura per accertare gli eventi che avevano portato alla ritardata perquisizione del covo di Salvatore Riina. Infatti, dopo l'arresto del boss, i carabinieri della territoriale di Palermo erano pronti a perquisire l'edificio, ma Ultimo e il ROS, ritenendo di poter proseguire l'indagine in corso e individuare le attività criminali dei fiancheggiatori del boss arrestato per disarticolare completamente l'organizzazione, chiesero la sospensione della procedura per "esigenze investigative", che fu concessa dalla procura - stando a quanto afferma l'allora procuratore Caselli - «in tanto in quanto fosse garantito il controllo e l'osservazione dell'obiettivo».

Peraltro, come riportato nelle motivazioni della sentenza del processo, era ben chiaro dall'inizio sia ai carabinieri sia alla procura che, decidendo di non procedere alla perquisizione, si assumeva un rischio, un rischio investigativo motivato dal raggiungimento di un obiettivo superiore. Lo stesso Tribunale di Palermo sentenzia:

« Questa opzione investigativa (la ritardata perquisizione, ndr) comportava evidentemente un rischio che l'Autorità Giudiziaria scelse di correre, condividendo le valutazioni espresse dagli organi di polizia giudiziaria, direttamente operativi sul campo, sulla rilevante possibilità di ottenere maggiori risultati omettendo di eseguire la perquisizione. Nella decisione di rinviarla appare, difatti, logicamente, insita l'accettazione del pericolo della dispersione di materiale investigativo eventualmente presente nell'abitazione, che non era stata ancora individuata dalle forze dell'ordine, dal momento che nulla avrebbe potuto impedire a “Ninetta” Bagarella (moglie di Riina, ndr), che vi dimorava, o ai Sansone, che dimoravano in altre ville ma nello stesso comprensorio, di distruggere od occultare la documentazione eventualmente conservata dal Riina - cosa che in ipotesi avrebbero potuto fare anche nello stesso pomeriggio del 15 gennaio, dopo la diffusione della notizia dell'arresto in conferenza stampa, quando cioè il servizio di osservazione era ancora attivo - od anche a terzi che, se sconosciuti alle forze dell'ordine, avrebbero potuto recarsi al complesso ed asportarla senza destare sospetti.L'istruzione dibattimentale ha, al contrario, consentito di accertare che il latitante non fu consegnato dai suoi sodali, ma localizzato in base ad una serie di elementi tra loro coerenti e concatenati che vennero sviluppati, in primo luogo, grazie all'intuito investigativo del cap. De Caprio. »

I carabinieri definirono la sospensione dell'osservazione una «iniziativa autonoma della quale la Procura non era stata informata». Secondo la testimonianza di alcuni collaboratori di giustizia, un gruppo di affiliati alla mafia entrò indisturbato portando in salvo i parenti del boss, svuotando la cassaforte e verniciando le pareti per cancellare le impronte. Tuttavia, tali dichiarazioni, giudicate «frutto di una ricostruzione certamente autorevole, ma insufficiente per trarne definitive conclusioni» dallo stesso Ingroia – il PM che ha sostenuto l'accusa nel relativo procedimento -, non sono mai state riscontrate nel corso di un vero e proprio dibattimento. Inoltre, nessuno di detti collaboratori ha mai dimostrato di aver personalmente verificato il contenuto della cassaforte o, quantomeno, di conoscere esattamente quanto conservato all'interno della stessa.

Il processo si concluse con l'assoluzione «perché il fatto non costituisce reato».[23] Questo, pur ritenendo possibile la sussistenza di una erronea valutazione dei propri spazi di intervento da parte degli imputati, e di presunte gravi responsabilità disciplinari per non aver comunicato alla procura la propria intenzione di sospendere la sorveglianza. A seguito dell'esame della sentenza non è stata rilevata alcuna responsabilità disciplinare a carico del capitano ultimo.[senza fonte] La sentenza, non appellata dalla Procura della Repubblica di Palermo - che peraltro aveva anch'essa richiesto l'assoluzione - è divenuta definitiva l'11 luglio 2006.

Il ruolo nell'errore giudiziario del caso Barillà.

Il capitano Ultimo partecipò al pedinamento e all'arresto nel 1992 di Daniele Barillà, l'imprenditore di Nova Milanese che ottenne in seguito alla revisione del processo, un risarcimento di quattro milioni di euro per l'ingiusta detenzione durata oltre 7 anni.

Vittima di uno dei più clamorosi casi di errore giudiziario[24] emersi in Italia, Barillà fu erroneamente considerato dai carabinieri un trafficante di droga, ma l'equivoco era stato generato da uno sbaglio durante un pedinamento sulla tangenziale e strade limitrofe di Milano. La Fiat Tipo Amaranto alla guida della quale si trovava Barillà era infatti uguale per modello, colore e simile per numero di targa a quella di un vero narcotrafficante. La vicenda è stata ricostruita dalla fiction di Rai Uno, L'uomo sbagliato.

Nell'intera vicenda del caso Barillà, non sono emerse responsabilità disciplinari o penali a carico del Capitano Ultimo.

Pubblicazioni

  • (come Ultimo), "L'azione. Tecnica di lotta anticrimine", 2002, Laurus Robuffo, ISBN 88-8087-298-2
  • (come Ultimo), "La lotta anticrimine. Intelligence e azione", 2006, Laurus Robuffo, ISBN 88-8087-521-3
 

Bibliografia

 

 
“Capitano Ultimo” è il nome di battaglia di Sergio De Caprio, un Colonnello dei Carabinieri noto per essere l'Ufficiale che mise materialmente le manette, il 15 gennaio 1993, a Salvatore Riina.
In realtà, l’arresto del capo di Cosa Nostra non è che la più eclatante di una lunga serie di azioni portate a compimento da Ultimo conto la criminalità organizzata.
Ex allievo della Scuola militare "Nunziatella" di Napoli, completa la sua formazione presso l’Accademia militare di Modena e la Scuola Ufficiali di Roma.
Dopo la scuola chiede di essere mandato in Sicilia, dove presta servizio per due anni come Comandante della Compagnia di Bagheria. Quì nel 1985, a soli 24 anni, arresta i latitanti Vincenzo Puccio della famiglia mafiosa del quartiere Ciaculli – Croceverde Giardino di Palermo, responsabile dell’uccisione del Capitano Basile, e Antonino Gargano, braccio destro di Bernardo Provenzano. L’anno successivo individua il rifugio dei superlatitanti Francesco e Giuseppe Madonia, anche loro responsabili dell’uccisione del Capitano Basile.  Altro arresto importante è quello del latitante Maurizio Puleo, ricercato per l’omicidio del Commissario di Polizia Giuseppe Montanta.       
Quella di Bagheria è un’esperienza per lui molto importante, anche per mettere a punto una strategia investigativa tutta sua, che lo caratterizza e lo porta ai numerosi successi investigativi ottenuti negli anni.
Dopo Bagheria viene trasferito a Milano, nel ROS - Raggruppamento Operativo Speciale, dove continua la sua azione contro la criminalità organizzata e dove, tra l’altro, arriverà a documentare le infiltrazioni mafiose nel Comune di Milano (1988/89 – amministrazione Pillitteri).

Art. 3

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e    sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso,  di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche,   di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli  di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto    la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione   di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica    e sociale del Paese.

È qui che fonda l’unità CRIMOR - Unità Militare Combattente, scegliendo, per formare la sua squadra, un gruppo di Carabinieri considerati ribelli e solitamente relegati per punizione ad incarichi di non elevato profilo. Con la sua squadra perfeziona ed adotta la sua tecnica investigativa messa a punto a Bagheria (la stessa strategia che ancora oggi è alla base della sua attività investigativa) ed effettua una serie di operazioni ed arresti importanti, come l’operazione “Piña Colada” contro la famiglia mafiosa dei fratelli Fidanzati, e l’arresto dei due latitanti mafiosi Antonino Zacco e Gaetano la Rosa, quest’ultimo responsabile dell’omicidio di tre Carabinieri a Torino.  E’ il periodo della “Duomo connection”, la maxi operazione condotta tra il 1988 e il 1990 dal PM Ilda Boccassini sulla penetrazione mafiosa a Milano e sul traffico internazionale di droga della famiglia mafiosa di Gaetano Carollo. E’ in questa occasione che fa la conoscenza di Giovanni Falcone, con cui nasce un rapporto di amicizia, grande stima reciproca, condivisione di strategie e collaborazione. E’ proprio la morte del grande magistrato che fa tornare Ultimo e la sua squadra a Palermo, per scovare e catturare il mandante della strage di Capaci, durante la quale venne appunto ucciso Falcone, la moglie e la sua scorta. Il mandante, nella persona di Totò Riina, viene da Ultimo rintracciato ed arrestato dopo circa sei mesi di indagini.

Dopo Riina, Ultimo posticipa l’avanzamento di grado per rimanere ancora un po’ in Sicilia e catturare la famiglia mafiosa Ganci, del quartiere Noce di Palermo. Rimane a Palermo anche nel 1994, per contribuire alla cattura del superlatitante Domenico Farinella, della famiglia mafiosa di Sanmauro - Castelverde. Torna poi a Milano, per condurre l’operazione “Luna”, che lo porta a disarticolare un traffico internazionale di droga diretto da un capo ‘ndrangheta della famiglia Mazzaferro di Marina di Gioiosa Ionica.
Nel 2000 sviluppa l’attività di ricerca del latitante Bernardo Provenzano ed acquisisce le prove che consentiranno l’arresto di numerosi fiancheggiatori e del Boss corleonese Tommaso Cannella.
A causa di un disaccordo col vertice del ROS relativo all’impiego di personale provvisorio nelle attività di indagine, cosa che di fatto rendeva impossibile la profonda formazione dei componenti della sua squadra e la continuità necessarie per operazioni così delicate, chiede il trasferimento in altro reparto. Passa quindi al NOE – Nucleo Operativo Ecologico, dove attualmente riveste il ruolo di vicecomandante e contribuisce ad ostacolare nell’unico modo che conosce, combattendo, le ecomafie e tutta l’illegalità che ruota intorno al “sistema ambiente”.

Bibliografia

  • Ultimo, "L'azione. Tecnica di lotta anticrimine", Laurus Robuffo, 2002
  • Ultimo, "La lotta anticrimine. Intelligence e azione", Laurus Robuffo, 2006, ISBN 88-8087-521-3
  • Maurizio Torrealta, "Ultimo - Il capitano che arrestò Totò Riina", Feltrinelli, 2001, ISBN 978-88-07-81548-5
  • Ernesto Oliva e Salvo Palazzolo, "L'altra mafia: biografia di Bernardo Provenzano", Rubbettino Editore S.r.l., 2001, ISBN 978-88-498-0107-1, pagg. 127/155/157

Filmografia

In queste miniserie Ultimo è impersonato da Raoul Bova:

  • Ultimo (miniserie televisiva)
  • Ultimo - La sfida
  • Ultimo - L'infiltrato
  • Ultimo - L'occhio del falco